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1) Svariate influenze sembrano aver contaminato il tuo stile fotografico: ritieni che il tuo sguardo artistico sia quello proprio di un fotografo oppure guardi ai tuoi soggetti in modo piu`onnicomprensivo, tramite un taglio "cinematografico" ad esempio?
Non sono consapevole di avere delle influenze, soprattutto fotografiche. A livello inconscio è probabile che ci siano immagini rimaste li' a sedimentare, magari da anni, che al momento di un determinato scatto tornano in superficie, per un'inesplicabile associazione, rivivendo in qualche modo nel mio soggetto. Ma me ne rendo conto - in parte - solo quando vedo il negativo, mai al momento di pensare e realizzare la foto. Il cinema indubbiamente è per me una fonte di ispirazione incredibile, certe atmosfere, certi giochi di luce, certe inquadrature, certi concetti non possono non condizionare il mio modo di vedere. Penso a Tarkovskij, al primo Polanski, a Bunuel, a Bergman, a Cronenberg, a Ferrara...C'è qualcosa di loro nelle mie immagini, magari non immediatamente visibile, ma c'è. Mi viene da pensare ad un regista italiano poco conosciuto, Paolo Benvenuti, che compone ogni singolo fotogramma secondo i canoni della pittura medievale e successiva. Non saprei dire quali quadri cita, ma si avverte chiaramente una grossa influenza di quel periodo artistico sul suo cinema. Il mio sguardo comunque è prima di tutto uno sguardo innamorato: della modella/o , dello spazio da sfruttare, dell'idea che ho in testa e che non si realizzerà mai precisamente come l'avevo immaginata, ma si arricchisce dell'azione e del rapporto con il soggetto...Ecco, in questo scarto c'è il mio sguardo: come spiare dal buco della serratura una persona consapevole di essere spiata.
2) Molti artisti non amano particolarmente parlare di influenze in relazione al proprio lavoro. Come ti poni tu riguardo a questo argomento? Cerchi di mantenere una qualche forma di integrita`ed unicita`nella tua fotografia oppure ti piace trasformare e sviluppare il tuo lavoro in base alle cose che vedi, e al lavoro di altri? Se ci sono, quali sono le personalita`nei confronti delle quali ti senti in questo senso debitore?
Ma guarda, io letteralmente divoro immagini...Parlando di fotografi, posso dirti che mi colpiscono molto i lavori di artisti come Minkkinen, Salgado, Koudelka, Diane Arbus, Steve Diet Goedde, Sarah Moon, Serrano, Witkin, Keith Carter, Gibson, Appelt, Gligorov...e di molti altri. Guardando alcune loro foto, mi dico "Accidenti, questa avrei voluto farla io!". Ma l'ammirazione rende i loro lavori "sacri" ed inimitabili, ai miei occhi. Con la loro bravura si guadagnano l'intoccabilità da parte mia. Scopiazzare, imitare il lavoro di un fotografo che stimo non è proprio possibile per me: sarebbe troppo irrispettoso verso l'artista, e in definitiva anche verso me stesso, dato che rinuncerei a una mia personale visione del mondo. Mi fa parecchia tristezza vedere fotografi che si annullano per lavorare con lo stile di un altro, arrivando perfino a copiarne pedissequamente le inquadrature, i colori, e purtroppo ne vedo sempre di piu'.
Questo spesso ha a che fare con le mode, con gli stupidi trend: se un anno ha successo qualcuno che nel ritratto utilizza inquadrature sbilenche e colori bruciati dal flash, puoi stare sicuro che gran parte dei giovani fotografi scatteranno migliaia di immagini-fotocopia, senza nemmeno chiedersi perchè lo fanno. Porsi problemi e cercare di risolverli creando un proprio stile riconoscibile fra tanti credo sia l'essenza del fare fotografia. E' chiaro che le immagini che vedi, se ti colpiscono, ti cambiano, e in qualche modo cambiano anche il tuo modo di vedere e creare le TUE immagini...ma è un processo totalmente inconscio, e comunque filtrato attraverso il tuo stile e la tua sensibilità. A volte mi diverte citare, in maniera comunque sempre abbastanza sobria, lavori di artisti che non operano nel campo della fotografia, "sfruttando" una loro intuizione in una mia foto, inserendo spesso solo un dettaglio, un particolare. La commistione di generi diversi non produce falsità, anzi, decontestualizza una realtà facendone per cosi' dire una "metarealtà", amplificandone l'impatto. Penso ad artisti come Trevor Brown, Slocombe, Tarantino, e a come usano linguaggi "altri" per definirne uno proprio, personalissimo. Il mio fine ultimo, in sintesi, è creare un mio linguaggio riconoscibile, superando anche alcuni limiti dovuti alla carenza di tecnica, dato che fotografo seriamente solo da due anni.
3) Sia il tuo progetto sulla sottocultura gotica italiana contemporanea che quello sull`anoressia sembrano rivelare una particolare attenzione ed un interesse marcato nei confronti dell`analisi di materiale (per lo piu`umano) che potremmo definire "sottoculturale". Trovi che le tue fotografie spesso consistano in una sorta di reportage oppure ami guardare a ciascuno scatto come una monade a se stante?
Sono sempre stato attratto dalle cosiddette sottoculture, dalla creatività di alcune minoranze, dalla ribellione a dei canoni estetici, culturali e comportamentali dominanti e stereotipati. Questo non mi ha mai impedito di vederne i limiti, che spesso consistono nell'assorbimento in altre mode, in altri comportamenti da gregge, che smentiscono l'anelito libertario iniziale. Detto questo, viste anche le mie frequentazioni, ho indirizzato la mia ricerca fotografica su soggetti cyber, goth, fetish, ecc, per quanto odi certe etichette-ma è per intenderci piu' rapidamente. In parallelo, mi sono interessato anche a ragazze con problemi alimentari (anche se è riduttivo definirli cosi'...il problema non è il cibo), in particolare anoressiche, perchè a mio avviso simboleggiano perfettamente le contraddizioni del nostro tempo, il senso di morte insito in questa società dell'immagine. Non a caso ho nominato questa ricerca "Terminal fitness". Specialmente in questo caso, si puo' dire che il mio lavoro sia una sorta di reportage, anche se ho cercato di dare un'impronta in qualche modo glamour ai ritratti di queste persone...Nelle mie intenzioni, c'è lo smascheramento di un'illusione, l'impressionarsi sulla pellicola dell'essenza stessa della morte, proprio mentre si celebrano i quotidiani, disperati riti di vanità, di quella che si suole chiamare cura di se'...una sfilata sulla piattaforma del Titanic. Piu' in generale, ogni mio scatto è allo stesso tempo una monade che vive di vita propria, e un tassello di un infinito reportage: il tema è il tempo, e i disperati sforzi (anche compulsivi) che ogni essere umano compie per fermarlo in un eterno presente che sia il piu' intenso possibile, mediante sogni ad occhi aperti, tensioni mistiche, mortificazioni corporee e "deviazioni" sessuali. Ogni scatto, ogni stampa, non sono che la testimonianza postuma di un'illusione. Se il cinema è "la morte al lavoro", la fotografia è il fantasma della libertà.
4) Ritieni che un fotografo abbia come obbiettivo la rappresentazione di specifiche peculiarita` di un soggetto, ovvero pensi che quello che viene ritratto in una fotografia sia in qualche modo una caratteristica (magari latente) di chi o cosa viene fotografato? Oppure pensi che sia compito del fotografo pervertire la natura stessa dell`oggetto (o persona) rappresentata nella foto, trasformandone le caratteristiche secondo percorsi innaturali?
Credo che l'incontro di un fotografo consapevole con un soggetto consapevole dia come risultato qualcosa in piu' della semplice somma delle due singole personalità: il valore aggiunto testimonia della riuscita della seduta fotografica. Uso il termine seduta di proposito, perche' questo tipo di incontro ha molto a che vedere con la psicoanalisi, è terapeutico per entrambe le personalità coinvolte...per non essere frainteso, non sto alludendo a nessun tipo di transfert, eh eh. La foto, risultante di questo incontro, è una sintesi tra cio' che il soggetto è, cio' che vuole esprimere di se', cio' che sale involontariamente a galla da dentro, e quello che io,il fotografo, vedo in lui e voglio rappresentare. E' senz'altro esatto affermare che io perverto l'essenza stessa della persona rappresentata nelle foto, ma il percorso è tutt'altro che innaturale: è nella natura stessa di una persona che vuole raccontarsi, disponibile a posare, che si mette a nudo, abbandonarsi a una metamorfosi che la perverta. La fotografia è una proiezione delle zone d'ombra sia mie che del soggetto. L'importante per me è che lo svelarsi rimanga a un livello per cosi' dire subliminale, che le ombre garantiscano la permanenza del mistero.
5) Quanto intervieni a livello di styling prima di scattare una foto? Prediligi la spontaneita`oppure tendi a re-inscenare un`immagine che hai gia` precedentemente immaginato?
Per me le cose funzionano cosi': ho un'idea, una fantasia che voglio raccontare per immagini. Allora comincio a figurarmi la persona adatta ad interpretarla, il luogo della rappresentazione. Quando li ho trovati, inizio ad abbozzare degli schizzi su un vecchio taccuino, dove disegno pose, linee, compongo immagini, questo fino al giorno della seduta. Una volta sul posto, ricreo in loco le immagini che avevo tracciato sulla carta, ma l'interazione col soggetto e con lo scenario mi danno sempre nuovi spunti. Diciamo che lascio un buon margine di spontaneità e di libertà di azione alla modella/o, nell'ambito di quella che è comunque una mia fantasia. Poi dipende molto dalla persona, sono abbastanza elastico da capire quando il soggetto vuole esprimere con sue idee qualcosa di se', o quando preferisce essere guidato abbandonandosi all'obiettivo in modo piu' passivo.
6) Quali sono le caratteristiche che tendenzialmente ti colpiscono nelle persone che fotografi? Esiste un elemento comune rintracciabile tra essi? E`possible individuare una specie di tuo "tipo ideale" o "vittima prestabilita" da questo punto di vista?
Bella domanda! Dal punto di vista estetico, ho notato che non ho un "tipo ideale", visto che la maggior parte delle persone che hanno posato per le mie foto di ricerca personale (perlopiu' amiche ed amici) sono abbastanza diverse tra loro. Un trait d'union puo' essere rappresentato da una disposizione curiosa verso il nuovo, da un modo di essere molto centrato sull'individualità(spesso anche in maniera estrema), da una personalità tendente all'arte, al "godimento estetico". Non è questione di misure o colore di capelli, ma di attitudine. Cio' non toglie che mi affascinano alcune figure, delle "vittime prestabilite" appunto, come alcune ragazze magrissime, dall'apparenza lievemente androgina, dall'espressione che denota al tempo stesso innocenza, purezza, e un certo tipo di approccio "malato" all'erotismo. Cio' che mi intriga di piu' sono i contrasti, le ambiguità: un seno abbondante su un corpo esile, uno sguardo cattivo ed ostile nello stesso viso che offre un sorriso, la malizia di un gesto quasi impercettibile in un contesto inappuntabile.
7) Guardando le tue fotografie salta subito all`occhio la tua preferenza per il Bianco e Nero rispetto al colore e per la fotografia in ambienti esterni rispetto a quella realizzata in studio. Vuoi commentare questa tua (duplice) tendenza?
Per quanto riguarda il b/n, lo preferisco solitamente al colore per due semplici motivi: innanzitutto lo domino meglio rispetto al colore. Poi, e soprattutto, credo che l'uso di bianchi, neri e grigi renda le immagini piu' stranianti, simili a sogni, non essendo questa la nostra visione cromatica della realtà. Tutto sembra scolpirsi, modellarsi, in giochi di luci ed ombre, l'occhio si puo' concentrare maggiormente sui corpi e sulle espressioni dei volti, senza distrazioni. L'immersione nel pathos è completa. Non ci sono macchie di colore a sviare l'attenzione dalle costruzioni di linee e corrispondenze che possiamo creare con le forme. C'è un rapporto piu' profondo con lo spazio, e soprattutto con il tempo. Citando il titolo di un libro del regista Andreij Tarkovskij, si tratta di "scolpire il tempo". Non disdegno la foto in studio (tra l'altro sto adattando a questo scopo il mio garage), ma trovo che determinati ambienti esterni siano ideali per creare il mondo, la storia che di volta in volta voglio raccontare. Mi piace inserire l'elemento umano in contesti dove regna una sensazione di abbandono (cave chiuse con macchinari abbandonati, boschi in cui sono state lasciate vecchie automobili, discariche, spiagge invernali con tronchi portati a riva dal mare...), come per suggerire una rivitalizzazione del posto, un rapporto amoroso, quasi erotico tra corpi vivi e vitali, e macchine ed oggetti in disuso, dimenticati. Mi piace anche l'idea di inserire elementi disturbanti in un contesto standard, tranquillizzante, come puo' essere una strada cittadina con vetrine, una palestra, un centro commerciale. Si crea una moltiplicazione dell'effetto di disturbo, perche' le persone che si trovano incidentalmente coinvolte non capiscono cosa stia succedendo, il motivo per cui un folle sta disponendo e fotografando strani oggetti e persone conciate in modo bizzarro nel loro rassicurante habitat quotidiano, e si guardano intorno smarrite e preoccupate. Questo a volte puo' creare dei problemi, ma è eccitantissimo.
8) Quali oggetti prediligi sfruttare nell`ambito delle tue fotografie? Pensi che far interagire I tuoi soggetti con degli oggetti sia un atto necessario per rendere I tuoi scatti piu`dinamici?
Ho un'intera collezione di strani oggetti che compro o trovo in giro, e che sfrutto per creare i miei scenari, i miei rituali di iniziazione all'ignoto. Il mio garage è ormai colmo di ganci da macellaio, bambole, maschere antigas, cerchi di botte, vetri rotti, collari ortopedici, flebo, trappole per topi, attrezzi da ginecologo...Gli oggetti suggeriscono un uso, perchè hanno una funzione: se inseriti intelligentemente in un contesto ambiguo, misterioso, contribuiscono enormemente a creare situazioni inquietanti. Odio le immagini esplicite, adoro i "set" in cui restano aperte varie possibilità di sviluppo dell'azione...chi guarda la foto, l'osservatore, deve trovarvi a mio avviso diverse chiavi di lettura, la sua fantasia deve essere continuamente stimolata, in modo anche violento, affinche' sviluppi delle proprie visioni ed opinioni. Un po' come un film in cui lo spettatore puo' scegliere diversi finali alternativi. Hai centrato il punto, il soggetto delle foto, entrando in contatto ed interagendo con un determinato oggetto, da' all'immagine una dinamicità, un senso del divenire altrimenti difficile da rendere, almeno per i miei criteri di composizione. E' straordinario come l'inorganico possa assumere vita e carattere. Cerco ovviamente di sfruttare gli oggetti con parsimonia, non mi piace riempire le inquadrature con delle baracconate. Lo spazio non va riempito, è il vuoto che fa la foto, che carica di significato, di senso, il "punctum" dell'immagine. Ho un approccio alquanto minimalista alla fotografia.9) Hai mai pensato di cimentarti con altre forme espressive? Per quale motivo ritieni che la fotografia sia il medium ideale per dar sfogo alla tua vena creativa?
Beh, da ragazzino sfogavo la mia creatività giocando a calcio, disegnando, scrivendo. Per vari motivi ho lasciato a metà tutte queste attività. Non voglio far questo anche con la fotografia, che pratico seriamente solo da poco tempo. A otto anni, mio padre mi regalo' una polaroid. Cominciai a girare per i boschi del mio paese a fotografare alberi, e a ritrarre i miei familiari. Ricordo che mi appagava immensamente. Ben presto smisi, perchè da bambini e da adolescenti capita di andare contro tutto cio' che fa tuo padre...il mio per l'appunto aveva la passione per la fotografia. Ho ripreso una macchina fotografica in mano solo dopo la sua morte. Credo ci sia un significato profondo in questo, ma riguarda la mia sfera privata. Non so se la fotografia sia il mezzo ideale per esprimermi, ma è l'unico che in questa fase della mia vita mi permette di tirare fuori cio' che ho dentro, quindi è mia intenzione andare fino in fondo. Il processo creativo libera energie, emozioni e potenzialità infinite, da' tutta un'altra prospettiva a quello che fai...personalmente, è una (non) droga di cui non potrei piu' fare a meno. Dare vita a qualcosa che prima non c'era, "a tua immagine e somiglianza", è la cosa piu' appagante nell'esistenza di un uomo che non sia già morto in vita.
10) I tuoi lavori piu’recenti abbandonano per la prima volta l’elemento umano in favore dell’umanoide, del simil-umano. Corpi di bambola rimpiazzano d’un tratto corpi di carne. Perche’? Inoltre, per quale motivo credi che molti artisti contemporanei e non (Trevor Brown, Mario Ambrosius, etc) abbiano scelto la bambola come soggetto ideale per il proprio lavoro? Come ti poni tu in relazioni ai succitati esempi e agli altri artisti (su tutti, Bellmer) che hanno fatto del corpo quasi umano della bambola il loro principale focus?
Mi riesce difficile parlare delle motivazioni di altri artisti come Brown, Ambrosius, o un precursore come Bellmer. E' talmente ardua l'impresa di razionalizzare ciò che faccio io...Cio' non toglie che vedere le loro opere mi affascini ed elettrizzi molto. Mario Ambrosius lo trovo un perfetto "catalizzatore di modernità", c'è sempre in quel che fa un leggero scarto tra il presente e una visione emozionante di quello che verrà...in quello scarto c'è tutto il contemporaneo.
I lavori di Bellmer con le bambole sono per me molto angoscianti, rispecchiano in pieno la sua epoca e i suoi tormenti personali. Trevor Brown è un grande, trovo che sia riuscito a legare tra loro feticismo, cultura pop, sottocultura bdsm e bondage, letteratura "estrema" (Bataille, Burroughs, Ballard, Mishima), immaginario medical, col collante di una grande ironia e una fantasia senza limiti. E' spesso incorso in polemiche e censure proprio per questa sua indagine senza compromessi riguardo a certe pulsioni e pratiche che la pseudomorale dominante tiene a tenere nascoste o taciute.
Censurare un'espressione artistica è molto offensivo, oltrechè pericoloso, perchè equivale a considerare i fruitori dei semplici contenitori da riempire o salvaguardare, mai degli individui, dei soggetti che entrano in contatto diretto con quanto l'artista esprime e lo rielaborano a seconda delle suggestioni che ne traggono. La bambola è un simbolo perfetto di questa visione delle persone come automi creati in serie, privati perfino della propria carne e della propria sensibilità, da guidare, vestire, far sposare, consumare, mandare in guerra e far votare ogni due o tre anni.
Il nostro cosiddetto mondo civile a ben vedere non è che un immenso plastico in cui convivono tanti piccoli microcosmi familiari, tante "case di Barbie", rese sempre piu' chiuse ed ostili l'una con l'altra dalla spietata corsa al benessere del tutti contro tutti. La separazione, la destrutturazione, creano il controllo.
Per quanto mi riguarda, ho iniziato questa serie su bambole e bambolotti cercando di non fare troppe concettualizzazioni. Come sempre, lascio che tutto quanto sta laggiu', sepolto nel profondo dell'inconscio, esca fuori al momento dello scatto. Sono passaggi logici rapidissimi, non verbalizzati, tradotti immediatamente in azione ed immagini. Mi limito a creare le condizioni giuste per cui possano uscire alla luce, tutto qui. Guardando le foto una volta stampate, mi posso divertire ad analizzarle, a trovare un senso a quello che ho creato. Ma è un processo successivo, neppure troppo interessante, di nessuna utilità per la mia fotografia, solo per la mia persona, per capire meglio chi sono.
Recentemente ho esposto queste foto, e ho notato che suscitano molte piu' domande negli spettatori rispetto a quelle con soggetti umani. L'eterna fissità della fotografia è rafforzata dalla presunta immobilità della bambola. Lo sguardo fisso e vitreo, le espressioni forzate, le pose raggelate...tutto contribuisce a creare in chi guarda un'aspettativa. Si attende un movimento, una spiegazione, un gesto risolutivo che ci tolga dall'angoscia, dall'ansia di dover guardare negli occhi la morte.
Ho iniziato a fotografare bambole perchè paradossalmente sono l'umano all'ennesima potenza, hanno dalla loro la forza, la vita della metafora. In un mondo in cui siamo trattati come bambini, e i bambini sono violentati, uccisi sul nascere, una delle poche azioni possibili per riaffermare l'esigenza umana all'espressione del se' è mostrare corpi e volti di plastica. Le bambole-bambino che sto usando portano sui loro "corpi" i segni delle violenze subite, delle costrizioni che ne hanno impedito la crescita reale. Se vogliamo, la condizione di bambola è quella del feto abortito, di una vita che non ha mai avuto la possibilità di svilipparsi.
Quello che mi interessa è trovare la maniera di esprimere - in una forma non attaccabile dalla censura, e per questo la bambola è perfetta - il continuo, pesante condizionamento a cui siamo sottoposti fin dalla nascita, che fa di noi dei bambini abusati. Non mi riferisco (solo) ad abusi sessuali o a violenze fisiche. Le aspettative della famiglia, il sistema "educativo", il lavaggio del cervello pubblicitario...tutto contribuisce a fuorviare le energie sane del bambino tanto in profondità, che la persona che ne scaturirà non si renderà mai conto di vivere una vita falsa, una pseudo-vita. In definitiva: fotografo bambole di plastica per raccontare la vita sintetica, di plastica, della maggior parte delle persone. Questo per me è liberatorio, è come un corso di consapevolezza, dove ogni scatto toglie davanti ai miei occhi una sovrastruttura. E' un piccolo risveglio. Spero che chi ha l'occasione di guardare le mie foto percepisca qualcosa di tutto questo.
11) Vuoi parlarci degli esperimenti che hai realizzato con lo scanner? Pensi che la fotografia debba o possa "espandere" il proprio raggio d`azione tramire l`uso di nuove e diverse tecnologie oppure ti consideri un purista, legato alle tradizionali tecniche fotografiche? Cosa pensi della fotografia digitale?
Una notte in cui non riuscivo a dormire ho deciso di documentare questo mio stato di inquietudine e frustrazione mettendo la mia testa dentro lo scanner aperto, in una stanza buia, cercando di immaginare l'inquadratura, le ombre, inserendo anche oggetti come un coltello, o una benda. Mi interessava vedere come il passare del tempo, la visione immediata del risultato (come in una polaroid, o in una foto digitale) influenzassero il mio aspetto e il mio stato mentale, nonchè le mie azioni. Non posso definire tutto questo fotografia, pero' trovo sia un'interessante ricerca sul significato e sul valore dell'immagine. In sostanza, un'escursione nei luoghi della non-fotografia, un deliberato torturare faccia e psiche con la luce dello scanner, un approccio molto primitivo, naive, all'immagine. Non mi ritengo un purista, principalmente perchè ritengo che niente si possa definire puro, almeno nell'accezione piu' comune e banale del termine. Se esiste purezza, essa risiede proprio nella contaminazione, a qualsiasi livello. Detto questo, mi dichiaro favorevole ad ogni tipo possibile di sperimentazione. Cio' che conta è il risultato, ed il percorso fatto per arrivarci, non il mezzo. Oggi come oggi, pero', sono proprio i risultati a lasciarmi perplesso: l'uso del digitale, ad esempio, non mi convince molto. E' usato spesso per ritoccare foto tradizionali, come in quegli orribili calendari che mostrano starlette nude su spiagge tropicali. In questo caso, non è che uno strumento di banalizzazione del bello, perchè tende a creare modelli standard di bellezza, mediante liposuzioni e lifting virtuali. Approvo invece l'uso del digitale per creare un linguaggio a se' stante, fruibile direttamente sul web, distante dalla fotografia. Mi piacciono abbastanza alcune cose sporche, che usano trasparenze e sovrapposizioni, partendo da immagini fotografiche di base già di qualità. Odio l'approccio del genere "Scatto una foto, non importa come, tanto poi la modifico al photoshop". Ognuno, ripeto, deve trovare il suo linguaggio. Personalmente, trovo che gli "effetti speciali" non facciano che portarci fuori, lontano dal cuore, dall'essenza delle cose. Un'immagine forte per me deve essere scarna, sporca e pulita al tempo stesso, racchiusa entro poche, essenziali linee. Creare o riuscire a trovare un'immagine significativa è una grande opportunità per liberare il nostro immaginario dall'ammasso di immagini-immondizia che ci vengono propinate ogni giorno dalla televisione, da certo cinema, dai cartelloni pubblicitari, dalla rete. Fotografare è un lavoro di sottrazione, una scultura che tiriamo fuori dall'ombra, un quadro che dipingiamo con la luce disponibile. Quindi, ho preferito sviluppare uno stile in qualche modo "classico", lontano da certe mode o tendenze odierne, anche perchè credo che esprimere visioni e contenuti violenti, disturbanti, che diano da pensare...sia piu' efficace se fatto mediante l'utilizzo di uno stile e un mezzo tradizionali (ho in progetto di acquistare una medio formato 6x4,5 per migliorare ulteriormente la qualità dei miei scatti), perchè crea uno spiazzamento, uno spostamento di senso, un conflitto inconscio. Un po' come una conduttrice televisiva che a metà telegiornale si metta a leggere col suo tono cronistico il suo diario erotico, o un frame subliminale dell'immagine di un lager nel bel mezzo di un film per bambini. Ci sono due cose che mi interessano: esprimere la bellezza che risiede ovunque, e un certo terrorismo concettuale. Man mano che apprendo nozioni tecniche che mi permettono di usare consapevolmente il mio mezzo, sto evolvendo in questa direzione. Superare i miei limiti - che sono ancora grandi - è lo sforzo necessario per esprimermi, ma ne vale la pena.
12) Ferite, incidenti automobilistici, ospedali, collari ed altri supporti “medici”…tutti questi elementi sembrano avere una importanza assai marcata nella caratterizazione del tuo stile fotografico. Quali sono le caratteristiche degli oggetti e degli elementi succitati che catturano cosi’profondamente la tua attenzione? Ritieni che, allo stato attuale, nel tuo lavoro sia in corso una sorta di feticizzazione dell’immaginario medico e del concetto di ferita? Beh, per adesso nelle mie serie fotografiche il "medical" e l'immaginario ad esso associato sono presenti solo ad un livello marginale o/e subliminale. Ho molta paura di entrare a far parte di un genere considerato "cool" a priori, di dare allo spettatore cio' che già si aspetta e vuole. Preferisco non dare risposte automatiche e standard a dei desideri, bensì contribuire a far sorgere nuovi dubbi e domande.
Detto questo, è indubbio che la malattia, la morte, la ferita...siano fonte di forte fascinazione per me. Ma il ripetere certe tematiche nella medesima forma e ambientazione trovo rischi di scadere nel clichè. Ad esempio Slocombe, che pure ha avuto splendide intuizioni, mi sembra essersi un po' arenato nella riproposizione dei soliti stilemi e composizioni. A me piace usare un contesto neutro, non ospedalizzato, per inserirvi piccoli elementi disturbanti, come un collare ortopedico, un forcipe, una flebo, un'auto incidentata, un livido, una ferita. Trovo che ciò renda piu' straniante l'effetto, più morbosa l'immagine. Quando tutto è "detto", esplicito, si perde l'inquietudine, lo smarrimento. Meglio non dire, ma suggerire.
Ci sono vari livelli di consapevolezza dietro ogni ferita o cicatrice visibile: si va dalla chirurgia plastica (condizionamento di massa, canoni estetici imposti), all'incidente (intervento arbitrario del caso), alla consapevole determinazione del sè (modificazioni corporee, ecc)...in questo campo credo che artisti come Marcel A. Roca, Franko B e soprattutto Orlan (genio assoluto) abbiano davvero ridefinito il ruolo dell'arte nell'epoca in cui viviamo.
In alcune foto piu' recenti della mia produzione, ancora inedite, sto esplorando le connessioni tra carne e metallo (piercing), tra vuoto interiore e desolazione ambientale e tecnologica (ferite autoinflitte, corpi abbandonati, non luoghi), tra piacere e dolore (carne, sangue, fluidi corporei, strumenti chirurgici o di macelleria). Tutto il mio sforzo è teso ad evitare il già visto, l'esplicito, il banale. Cerco di farlo sfruttando la luce e le ombre, particolari relazioni tra linee degli oggetti e geometrie corporee, associazioni inconsuete. Occorre forzare la fotografia oltre i suoi limiti naturali, infondere vita alla fissità delle immagini, far sì che la mente di chi osserva divenga teatro di performances e mutazioni. E' necessario creare un continuum tra l'immagine creata e l'immaginazione dello spettatore, il suo sistema nervoso...la pellicola, la stampa, devono FARSI CORPO.
…come cio’se fosse facile!
Intervista a cura di A. Hofer (info@channel83.com).
Nessuna parte di questa intervista puo’essere riprodotta senza previa autorizzazione scritta dell’autore.
Yuri D puo’essere contattato al seguente indirizzo: durruti@interfree.it
Saturday, November 29, 2008
From 28th of November to the 10th of January c/o The Others, Manor Road, N16 5SA, London.
Sunday, September 28, 2008
An interview (Italian only, sorry) about my life and Channel 83 has been published on the blogzine of Simone Bisantino - Italian writer whose new book should hopefully hit the shelves sometimes in the next year.
Saturday, August 23, 2008
Vanni Bassetti's series of photographs document - without adding any unnecessary poetry - the reality of the slaughter house. Seven photos for a few poor lambs...they went on a trip and never came back. The bare reality of meat and its processing is served on a plate for you to observe. Eat up!